La kriptonite nella borsa

Ti svegli la mattina e pensi che vorresti vedere un bel film. Non so se a voi capita mai, ma a me capita spesso di alzarmi e dire “stasera ho voglia di sognare, di non pensare o anche di ragionare troppo, ma guadando immagini che mi dicano qualcosa”. Certo ultimamente devo dire che non c’ho preso molto con la scelta dei film, dettata a volte più dalla compagnia che non dal film in se. Comunque mi alzo e penso ho voglia di un film come si deve. Inizio allora il classico giro di telefonate consueto “ehi ciao che si fa, si va, a che ora, dove, no aspetta lì ci metto una vita a parcheggiare mentre lì le sedie sono più comode…”.

Insomma un pomeriggio di telefonate inutili quanto basta e poi si decide e questa volta la scelta cade su La kryptonite nella borsa. Ok ci siamo, siamo pronte all’ennesimo film italiano, mi spaventa un po’ e lo dico davvero a malincuore perché ultimamente, a parte Terraferma, non è che l’Italia abbia primeggiato in scelte cinematografiche. Mi faccio coraggio, e lo dico davvero perché mi sembrava di dire oddio avrò fatto bene, potevo vedere Una separazione…vabbè non ci pensiamo entriamo.
Dopo essermi seduta e per circa un’ora e mezza le immagini davanti ai miei occhi mi hanno sorpreso e meravigliato, e lo dico positivamente. Ora azzarderò il paragone e forse quasi nessuno sarà concorde con il mio giudizio, ma in questo film ho rivisto molto di Amelie. Eh si proprio la bella e dolce Amelie Poulain che con le sue pazzie, stramberie e occhiatine sorprese ha rilanciato il cinema francese sulla cresta dell’onda.
Magari anche La kritonite nella borsa potrà riuscire nell’intento di rilanciare il cinema italiano verso una sperimentazione positiva e non cadere sempre e comunque nei cliché dei cinepanettoni che tra poco invaderanno le sale, o  film come Bar Sport che mi hanno fatto odiare un libro che anni fa avevo amato e soprattutto tutto il filone alla Moccia o peggio ancora alla Zalone che fa record di incassi con battute squallide, sciatte e senza senso.
Eddai ragazzi cerchiamo di fare dei film di qualità ogni tanto e di concentrarci magari su pochi copioni, ma buoni invece di fare delle cose orrende.

Comunque non volevo dilungarmi troppo sul cinema in generale, ma farvi caire cosa di questo film ho adorato.
– C’è un sognatore, che altri non è che un bambino;
– C’è l’eroe nostrano e positivo;
– C’è una famiglia che a suon di Beatles si affaccia verso la modernità, pur rimanendo vittima delle consuetudini di una Napoli degli anni ‘70;
– C’è una madre che dà tutto per la famiglia, e zero per se stessa;
– C’è un padre assente che non si rende conto di nulla;
– Infine ci sono i suoceri napoletani che chiamano i consuoceri siciliani “quelli del sud” (paradosso?)
Ivan Cotroneo ha avuto coraggio a girare una sua opera prima in un clima surreale come quello degli anni ’70 di Napoli dove per la prima volta non si vede solo orrore e violenza, ma si vede la voglia di singoli individui di emergere e farsi grandi.
La Golino ad un certo punto dice “..ho trovato una foto a Procida di quando ero piccola e avevo un cappello a cono, non so dove lo avessi preso era orribile. Guardo in macchina e quello che vedo è una ragazza che pensa se ho messo questo cappello potrò fare qualunque cosa nella mia vita….Invece….”. L’ho trovata triste perché i sogni di una ragazza comune non sempre sono gli obiettivi del futuro o i suoi successi, e quando si guarda indietro e si vede che la vita è passata e noi abbiamo il ricordo di una bella foto vuol dire che qualcosa non va.

Due occhialoni davanti il viso di un bambino non rendono sempre bello tutto, ma ci fanno capire che i punti di vista sono sempre molteplici. Se li metti vedi la vita in un modo, ma se non li metti hai davanti dei riflessi che possono essere delle belle sfumature.
Ecco Cotroneo mi ha fatto vedere delle belle sfumature e questo serve a quest’Italia che in questi giorni vede solo bianco o nero…facciamo un po’ sorprendere dai sogni e dalle favole.  Servono a crescere e a capirsi un po’ meglio.

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