Ore di precarietà interattive

Precaria si, ma solo dalle 9 alle 18

Precaria si, ma solo dalle 9 alle 18

Ho scritto questo breve racconto un pò per ridere un pò per sdrammatizzare, anche perchè in un momento come questo per me la scrittura è sempre uno sfogo positivo.

Ditemi la vostra, io vi dirò la mia.

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Ore di precarietà interattive – di Carlotta Politano

Ore 7.48 Squilla la sveglia e come ogni mattina mi chiedo «Ma perché l’ho messa? Tanto poi la spengo e dormo altri 20 minuti».

Ore 8.33 Ok, ora è veramente tardi e come sempre la colazione salta e corro con un biscotto in bocca, la borsa a penzoloni e una scarpa slacciata verso la macchina, posizionata sempre sotto il solito albero dove ogni mattina un caro dolce uccellino mi lascia il suo bel ricordino. Mi porterà fortuna prima o poi?
Ore 9.45 Accendo il mio pc, prendo al volo un caffè orrendo dalla finta macchinetta “Espresso Lavazza” e getto la testa sulla tastiera per dormire altri 5 minuti prima che si avvii il computer.
Ore 11.00 Tutti al bar! La tanto sognata e agognata prima colazione è arrivata e ovviamente non è rimasto nulla se non un maritozzo con la panna evidentemente scaduta nel 1997 quando ancora erano in atto i primi esperimenti sulla pecora Dolly. A proposito ma Dolly sarà ancora viva? Prima o poi mi dovrò informare.
Ore 11.23 La notizia del secolo arriva su tutte le prime pagine dei quotidiani internazionali. Dolly è ancora viva. No scusate, non era questa la notizia anche se dopo devo cercarla su Wikipedia. La notizia vera è che anche il lavoratore INDETERMINATO per Eccellenza, anzi per Santità, diventa il simbolo del PRECARIATO per scelta.
Quando penso che al peggio non ci sia mai fine, arriva sempre una notizia che sconvolge i miei piccoli solidi e precari valori.
Anche il Papa si dimette da Pontefice Massimo, e potrà finalmente aggiornare il suo Curriculum Vitae:

• 2005-2013: Azienda Chiesa Cattolica. Ruolo Papa

Ammettiamolo cari amici nessuno potrebbe ambire ad un posto migliore. Ottima paga, vitto e alloggio compresi, trasferte in tutto il mondo, massimo sforzo affacciarsi al balcone di casa una volta a settimana parlando a milioni di fan esultanti che gridano il tuo nome come fossero allo stadio, e soprattutto un’auto aziendale che porta il tuo nome: la Papamobile.
Quest’uomo diventerà un vero simbolo: nel 2013, quando la disoccupazione è alle stelle, lo spread è a livelli massimi, il PIL fa a botte con l’IMU e Zeman fuma l’ennesima sigaretta, LUI la Santità non per vocazione, ma per votazione dice addio al posto fisso. Ci vuole fegato per fare quello che ha fatto, ma in fin dei conti ora che ci penso bene lui l’IMU a fine anno non la dovrà pagare comunque. Immaginiamo come potrebbe essere un annuncio di lavoro per ricoprire la sua carica:
AAA azienda leader nel settore delle beatificazioni, con millenni di storia alle spalle, cerca un nuovo CEO.
Requisiti richiesti: obbligatori abiti bianchi, grandi gioielli a vista su mani e collo, NO automunito, che parli correttamente 10 lingue, mandarino e fenicio compreso.
Benefit aziendali: contratto a tempo INDETERMINATO, vitto e alloggio compresi, possibili trasferte all’estero una volta al mese, domenica lavorativa pagata doppia, auto aziendale con autista e vetri antiproiettile. Graditi animali domestici, soprattutto colombe bianche.
Per invio candidature: papa@infinito.com
Ore 13.15 Ma perché sempre quando riesco a portarmi da casa uno yogurt scremato bianco e insipido per far finta di essere a dieta mettono una riunione improvvisa? Siamo sicuri che ieri avevo aperto tutte le 123 mail arrivate nello spam? Ma Dolly poi l’ho cercata?
Ore 14.14 Mentre assaporo il mio pranzo mi capita sempre di guardare fuori dalla finestra e fare quelli che io amo definire i miei “voli pindarici”. Il ricordo più ricorrente? Due ragazzette con gli occhi vispi sedute nell’aula rossa della facoltà di Sociologia a far finta di studiare Diritto Pubblico e ridere invece per una battaglia navale in atto da più di 2 ore. In quell’occasione, proprio quel giorno, io e Martina ci scambiammo la frase che ancora oggi regna nei nostri discorsi. «Noi faremo di più nella nostra vita, noi non timbreremo mai il cartellino. Vivremo dei nostri sogni fino alla fine».
Sono passati più di dieci anni da allora, decine di colori diversi ai miei capelli e posso ammettere con me stessa che IO ogni giorno timbro un cartellino, e mi posso dire OPERATIVAMENTE precaria. Un paradosso? No, semplicemente la vita reale.
Come si suol dire: precari non si nasce, si diventa. Ma si sta bene in questo mondo perché qualunque cosa succeda, come un Papa che si dimette il giorno in cui avevo altro a cui pensare, non si è mai soli. Ci sarà sempre qualcuno dietro di te, che è più precario di te. Ci rendiamo conto come ci hanno abituati a pensare, a vivere?
A 19 anni varcai la soglia della mia facoltà vestita a strato cipolla, era la moda dell’epoca mica avevo voglia di piangere, avrei pianto molto tempo dopo. Jeans, maglietta e zainetto formato gigante munito di tutti quei sogni che nel cassetto del mio comodino non c’entravano più. Ma tra tutti quei sogni ce n’era uno davvero grande. Volevo diventare la Lilli Gruber del futuro. Una giornalista d’assalto, una reporter senza frontiere, o meglio alle frontiere, una giornalista famosa e accreditata. Ho lavorato, studiato, ho pianto e ho riso per questo. Ho trascorso decine di serate in compagnia di un gruppo di sgangherati mini reporter a mettere in piedi il timone di un piccolo giornale di quartiere. Ho rincorso i miei piccoli scoop, ho riso leggendo gli oroscopi fatti a caso tirando i dadi nella cucina di “Dafne” (No Dolly, Dafne!). Ho corretto bozze e scattato foto. Ho incontrato VIP e sono stata scambiata per una VIP. Ho trascorso un mese in attesa che uno sconosciuto in un piccolo ufficio in pieno centro di Roma esaminasse la mia richiesta di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti. Poi ho passato anni a ridere, a piangere e a pregare perché finisse presto il periodo del doppio lavoro per avere una riga in più sul mio curriculum vitae.
I sogni cambiano, si trasformano, maturano, ci maturano e a volte peggiorano. L’importante è che non implodano mai. I miei sogni si sono evoluti, sono cresciuti e sono andati di pari passo con la tecnologia. Dopo aver scritto i miei primi articoli ancora densi degli umori adolescenziali, ora scrivo piccoli tweet di 170 caratteri. Prima o poi dovrò dedicare un tweet a quel piccolo uccellino che mi dona ogni giorno un regalino.
Alla fine non sono diventata una giornalista, ma posso dire con orgoglio di essere una creativa al 100%. Almeno il mio lavoro non viene ghettizzato in una griglia esattoriale/conoscitiva dell’INPS. Certo non viene ghettizzato neanche nella griglia celebrale di mio padre che ancora non ha capito che lavoro faccio, ma questa è un’altra storia.
Ore 16.20 Scrivo l’ennesima mail e l’ennesimo progetto di strategie di marketing che verrà firmato a nome del mio capo.
Ore 18.15 Inizia il diluvio.
Ore 18.55 Continua il diluvio…continuo a lavorare.
Ore 19.45 Basta anche zuppa, ma torno a casa.
Ore 19.50 Timbro il cartellino e me ne vado.
Mi metto alla guida della mia scatolina, una FIAT 500 del 1998, saldamente tenuta in piedi con ogni mezzo perché io i soldi per una quattroruote nuova non li ho, e mi avvio a casa.
Proprio allora, proprio in quel momento, mi rendo conto che la mia precarietà non sta nel fatto di non sapere cosa accadrà nella mia vita allo scadere dell’ennesimo contratto, ma sta nel fatto di sapere che forse rimarrò precaria a vita.
Cosa apprezzo nella concretezza della mia precarietà? L’ingenuità di una piccola sognatrice che crede ancora che i “voli pindarici” siano bei momenti nell’arco della giornata lavorativa. Sogno ancora di avere una chance migliore nella mia vita. Sogno di poter scrivere l’articolo che mi farà vincere il premio Pulitzer. Quello che non sogno? Di tornare a casa e ricevere la prima rata dell‘AMA del 2013.
Ore 00.29 Comincio a chiudere gli occhi perchè a breve inizierà una nuova giornata.
Ore 3.33 Mi sveglio in preda ad un senso di ansia enorme. Accendo il pc e mi collego a Wikipedia. Ma Dolly? Dolly non ce l’ha fatta. Meglio dormire va, che domani non so cosa mi aspetta.

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4 thoughts on “Ore di precarietà interattive

  1. Mi piace molto: “Cosa apprezzo nella concretezza della mia precarietà? L’ingenuità di una piccola sognatrice che crede ancora che i “voli pindarici” siano bei momenti nell’arco della giornata lavorativa.” è molto importante continuare a sognare e non chiudersi in un lavoro

  2. io sono precaria e sto correndo la maratona per la fascia di precaria storica……ma guardo il lato positivo perchè sono una che era già ottimista quando era ancorata al cordone ombelicale…….sono libera!!!!!!!!!!!!!

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