Ore di precarietà interattive

Precaria si, ma solo dalle 9 alle 18

Precaria si, ma solo dalle 9 alle 18

Ho scritto questo breve racconto un pò per ridere un pò per sdrammatizzare, anche perchè in un momento come questo per me la scrittura è sempre uno sfogo positivo.

Ditemi la vostra, io vi dirò la mia.

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Quando al censimento non ci crede più nessuno

Nel 2011 ho 32 anni e il mio futuro lo vedo solo come una nuvola lontana. Una nuvola però può sembrare un’immagine positiva invece in quest’Italia di oggi di positivo non vedo nulla. Quattordici anni fa quando entrai con il mio zaino alla mia prima lezione universitaria mi ripetevo: “Ho tutta la vita davanti, ho tutto un mondo da scoprire e da reinventare. Sarò una di quelle persone che non timbrerà mai il cartellino in vita mia perché voglio fare qualcosa di diverso nella mia vita…“. Quattordici anni dopo penso che di quel cartellino adesso non so più che farmene, e dei sogni che avevo non ricordo più com’erano iniziati.

Quest’anno nel 2011, essendo una delle poche fortunate in questo paese ad avere una casa di proprietà, non certo grazie alla precarietà del mio lavoro, ma a quello dei miei genitori, ho ricevuto il famoso Censimento della popolazione italiana. Il censimento che parola enorme e piena di significato. Un plico pieno zeppo di scritte fitte fitte che vorrei proprio sapere chi ha sviluppata. Carta non riciclabile, in odore di petrolio con decine di domande dentro una più sconvolgente dell’altra. Ma non sconvolgente per la forma in cui sono state scritte, bensì nei contenuti, che è ancora peggiore. Prima di tutto io faccio parte di quella schiera di donne e uomini single d’Italia che vive sola e semi felice. Detto questo leggo su ogni riga del censimento “Il suo nucleo familiare”, “La sua famiglia è composta da…”. Ma io dico se sono single perché devo leggere in continuazione la parola famiglia su un documento istituzionale? L’ho trovato offensivo e discriminatorio verso tutte quelle persone che vivono felici pur non essendo una famiglia. Prima punto a sfavore del Censimento della popolazione italiana.

Andiamo avanti con il censimento e continuiamo a leggere. Arriva la domanda più divertente di tutte: “Nella settimana precedente all’arrivo del censimento ha lavorato almeno un’ora?”. Rileggo la domanda perché forse ho letto male…e invece c’era proprio scritto questo. Qualcuno mi deve spiegare una cosa, questa domanda sarà fondamentale per calcolare il tasso di disoccupazione in Italia nel 2011? Ditemi che non è stato scritto da un sociologo questo censimento perché potrei tornare indietro di quattordici anni e decidere di non iscrivermi più a quella facoltà che diceva di voler puntare tutto sulla statistica, la società e lo sviluppo.

Non c’era una, e dico una domanda, che dicesse questo: “Nell’ultimo anno ha mai avuto un contratto regolare per più di 6 mesi? Il suo lavoro è in linea con gli studi intrapresi?” Cerchiamo cari italiani di fare domande un pochino più intelligenti se vogliamo davvero conoscere lo stile di vita dei nostri vicini di casa. Cerchiamo di sviluppare meglio un reticolo di casi e di differenze che ormai fanno parte della nostra normalità.

Sorvoliamo sulle domande inutili che c’erano all’interno e andiamo ora ad analizzare un’altra questione.

Io sono una dei pochi fortunati ad avere una casa di proprietà come ho già detto, ma tutte quelle persone, tutti i miei amici e coetanei che non vivono più a casa con i loro genitori, che sono costretti a pagare affitti in nero a prezzo elevatissimi per singole stanze in zone a volte scomode ed inoltre lavorativamente precari, perché questa nostra bella Italia non da spazio a tutti. Ecco questi miei amici il censimento non lo riceveranno mai perché per lo Stato loro sono fantasmi, non esistono, sono persone trasparenti, che però camminano, pagano le bollette dei loro mini appartamenti, gli affitti esosi e a volte persino la tassa sull’immondizia, eh già i fantasmi producono oggi giorno anche immondizia. Ma loro non saranno censiti, del loro status sociale nessuno sarà veramente avvisato, della loro precarietà lavorativa e di vita nessuno conoscerà davvero i retroscena. Loro alla domanda “Hai lavorato almeno un’ora la scorsa settimana” non potranno mai dare una risposta.

Ecco questo è il pensiero di una trentenne che nell’Italia e negli italiani ci ha voluto credere, almeno fino a qualche anno fa.

E’ il pensiero di una donna che a volte si domanda: ma è tutta qui la vita? Beh io spero di no, perché quando quattordici anni fa attraversai i cancelli universitari spaesata e spaurita ci credevo davvero in quel futuro che si stava preparando…ora credo che il futuro sia la paura più grande che ci sia.